domenica 23 dicembre 2018

GIORDANO BRUNO

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Giordano Bruno, filosofo del '600, fu l'artefice della concezione moderna dell'infinito.
Egli affermò che l'universo è uno spazio infinito costituito da infiniti mondi.
Secondo tale Dio si identifica come causa e principio primo infinito. Da quest'ultimo non può che derivare un effetto infinito, ovvero un cosmo che abbia le caratteristiche dell'infinità.
Dio però è ''la mente insita di tutte le cose'', il principio razionale immanente nel mondo. 
In questo senso è ''anima del cosmo'' che contiene tutte le idee e che dall'interno plasma la materia. La materia si identifica come massa corporea del mondo.
Forma e materia, idee e cose, risultano come sostanze uniche cioè aspetti dell'unica sostanza universale infinita. Questa visione viene identificata come panteista, cioè significa che Dio coincide con la natura.
L'universo, così inteso, è un grande essere animato di cui gli enti, compresi gli uomini, non sono che singole manifestazioni in cui ogni cosa è inserita in ordine gerarchico e collegata a tutte le altre.
L'uomo, in quanto partecipe dell'ordine dell'universo, può impadronirsi delle sue leggi e conquistare i segreti.



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Per Giordano Bruno, lo spazio non solo è infinito, ma contiene infiniti mondi. In tale universo tutto è centro e periferia al tempo stesso e ogni stella può essere un sole al centro di altri universi. Questo ventaglio di idee venne esposto nell'opera ''La dotta ignoranza di Cusano''.

Inoltre egli affermò che il cosmo non può essere chiuso entro i confini e non vi sono ''fini, termini, margini, muraglia''. Invece, l'essere è ''totalmente ripieno di se stesso'' e l'infinito non può essere delimitato da nulla.
Questa concezione dell'universo ha una conseguenza significativa: la terra e l'uomo sembrano non occupare più quel posto privilegiato (al centro del creato); nella visione del filosofo altri mondi abitati e altre civiltà sono legittimamente ipotizzabili. Queste tesi per l'epoca, sono estremamente rivoluzionarie in quanto mettono a repentaglio l'intera visione del mondo.
Nell'ambito della generale rivalutazione della natura, la celebrazione dell'uomo, essere naturale divino, è partecipa del processo creativo di Dio.
Bruno esalta l'uomo che dagli dei ha ricevuto in dono la capacità di contemplare e trasformare il mondo; tutto ciò fu affermato nelle pagine di ''Lo spaccio della bestia trionfante''.
L'uomo è differenziato dagli altri animali in quanto padroneggia il possesso dell'intelletto e delle mani. In tale prospettiva la capacità pratica e quella intellettiva non sono in contraddizione, ma risultano entrambe fondamentali per la comprensione e la trasformazione delle cose, in vista del progresso tecnico e scientifico.
Di concerto registriamo una novità rispetto al primo umanesimo: con il filosofo rivoluzionario la dignità dell'uomo non è affidata soltanto alla forza dell'intelligenza, ma anche al lavoro manuale che costituisce la causa ultima, grazie alla quale l'uomo si è allontanato dalla condizione bestiale per avvicinarsi a quella divina.
Nell'opera ''Degli eroici furori'', pubblicata nel 1585, il filosofo riprende il tema platonico dell'éros, immaginando che l'uomo, insoddisfatto dell'amore carnale, si innalzi all'amore totale della natura.
L'uomo, che si lascia prendere dall'eroico furore, cioè dall'ardente desiderio della conoscenza, si sottrae ai desideri bassi e volgari (''i bassi furori''), si dedica alla ricerca del suo soggetto infinito.
La natura, alla fine diviene oggetto. In altre parole l'essere umano giunge ad identificarsi con il processo cosmico.
Il filosofo seicentesco celebra la natura come il vertice della conoscenza e dell'amore umano, ma anche come impulso vitale.



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